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Il sogno di un rifugiato siriano disabile, diventare atleta paralimpico

Najib, 13 anni, è rimasto semiparalizzato a causa di una bomba. In Grecia partecipa a un progetto sportivo per rifugiati disabili

Fuggito dalla Siria Najib sogna di diventare un atleta paralimpico. Assieme ai genitori questo tredicenne, rimasto semiparalizzato a causa di una bomba che ha colpito la sua casa a Homs, ha ottenuto asilo in Grecia. Ora è impegnato in un progetto per i rifugiati disabili gestito dal comitato paraolimpico ellenico e dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. “Stavamo andando nel seminterrato quando una bomba ha colpito il secondo piano e io sono rimasto ferito”, racconta Najib Alhaj Ali.

“Prima che iniziasse gli allenamenti Najib aveva male dappertutto – dice il papà di Najib – era molto stanco. Appena ha cominciato ad allenarsi è tornato a essere molto attivo”. “Sua madre mi ha raccontato che da quando ha cominciato a dedicarsi a quest’attività la sua mente è concentrata soltanto su questo, fa grandi ragionamenti sul suo futuro sportivo”, racconta Vasilis Kalyvas, allenatore del comitato paraolimpico greco. “Per loro è un’opportunità per cominciare a uscire da un’esperienza traumatica”.

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Il ‘Progetto ‘Rete!’ per la prima volta anche nel Lazio

Il ‘Progetto ‘Rete!’ per la prima volta anche nel Lazio

E’ partito nel Lazio il ‘Progetto Rete!’, seconda edizione dell’iniziativa proposta dalla FIGC dedicata all’integrazione dei minori rifugiati attraverso il gioco del calcio.

Sono la Cooperativa Sociale Etabeta di Roma e l’Arci di Rieti le strutture del Lazio ad aver aderito alla seconda edizione del ‘Progetto Rete!’, che nei giorni scorsi ha avviato le attività nei due Centri SPRAR che accompagneranno i 15 ragazzi coinvolti sino  alla fase finale del 18 e 19 maggio a Cesena. I giovani residenti presso i due Centri provengono quasi tutti da paesi in guerra o con dittature, sono in Italia da poco più di un anno e Rete rappresenta un’opportunità di sviluppo, integrazione e aggregazione e consente la condivisione del tempo libero attraverso momenti di sport e gioco.

E’ proprio con questo spirito che nelle ultime sedute di allenamento, in programma a maggio, i partecipanti si riuniranno per svolgere assieme l’attività guidata dagli istruttori del Settore Giovanile e Scolastico che seguono il progetto con grande entusiasmo:  “E’ difficile pensare che  tra questi ragazzi c’è chi non ha mai calciato un pallone, ma a vederli allenarsi sul campo sembra che  abbiano sempre giocato a calcio”, sottolinea Valerio Troiani, istruttore federale del SGS del Lazio.

TOPSHOT - A migrant family walks past migrants queuing for food at a temporary housing facility for migrants located in a former Olympic hall in Faliro suburb of Athens on December 11, 2015. 
The venue houses mainly African and Iranian migrants, who were transfered earlier this week from Greece's borders with Macedonia which allows only Syrians, Afghans and Iraqis through . All are trapped in Greece as economic migrants by EU refugee rules, and desperate to get out. Greece on Thursday said it would seek to deport economic migrants, who had been blocked at its border with Macedonia after Skopje clamped down on entry, if they are not entitled to asylum.  / AFP / LOUISA GOULIAMAKI        (Photo credit should read LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

La relocation dell’Unione Europea? Un flop, dicono i numeri.

Dopo mesi di dibattiti, incontri e altisonanti dichiarazioni comuni dei leaders europei su come gestire la crisi dei rifugiati, c’è un numero che la dice lunghissima sulla capacità di reazione delle istituzioni europee: 272. Tale è infatti – secondo le statistiche ufficiali della Commissione Europea – il (misero) numero di richiedenti asilo che sono stati re-locati dal paese d’arrivo a un altro dell’area UE sui 160.000 annunciati.

A questo punto, si può senz’altro dire che le politiche di relocation dell’Unione Europea sono state un flop.

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Nuotatore siriano senza gamba sarà il Tedoforo di Rio

Sarà il nuotatore Ibrahim al-Hussein, rifugiato siriano amputato a una gamba, a portare la torcia olimpica dei prossimi Giochi di Rio.

E nel suo tour con la celbre fiamma passerà anche dal campo profughi di Eleonas, in Grecia, che ospita 1500 donne, uomini e bambini.

Una gioia immensa per me e per tutti i miei connazionali che hanno chiesto asilo in mezzo mondo” – ha dichiarato entusiasta alla stampa. La sua è una storia tutta da raccontare.

Dopo avere perso l’arto durante un’esplosione nella città di Deir ez-Zor, il 27enne fugge dal suo Paese, attraversa la Turchia e giunge in Grecia. Dove attualmente vive e si allena.

Con l’obiettivo di battere il suo record personale: 50 metri stile libero in 28 secondi.

A terrified child clings to a rock on the shore as a group of Syrian refugees arrive on the island after travelling by inflatable raft from Turkey. The Eastern Mediterranean route from Turkey to Greece has overtaken the central Mediterranean route, from North Africa to Italy, as the primary one for arrivals by sea. From January to June this year, 68,000 people arrived in Greece, compared with 67,500 in Italy, accounting for nearly all the arrivals in the period.

MEDICI SENZA FRONTIERE – Così vivono i rifugiati in Italia

Nel 2015, l’Italia ha visto sbarcare sulle sue coste più di 150.000 rifugiati. E ha ricevuto quasi 90.000 richieste d’asilo.

Un boom di arrivi che fa fatica a gestire a livello abitativo e sanitario.

A fotografare la situazione precaria dei migranti in Italia, l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere.

Che, sulla base di ricerche e interviste, ha individuato, oltre alla mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, anche le sempre più numerose aree della penisola, da Nord a Sud, in cui vi è un enorme concentrazione di alloggi di fortuna (tende, baracche, edifici fatiscenti) utilizzati per mettersi al riparo.

Un disagio che MSF denuncia senza mezze misure e cui fornisce una serie di soluzioni contenute nel rapporto finale.

Leggi le storie su www.msf.it/fuoricampo

Leggi il rapporto completo 
Leggi la scheda di approfondimento con i dati del rapporto

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I 3,9 miliardi che i migranti danno all’economia italiana

Riportiamo un articolo di Gian Antonio Stella pubblicato nel 2014 sul Corriere della Sera

“La differenza tra tasse e contributi in rapporto alla spesa pubblica”

Ha ragione papa Francesco: gli immigrati sono una ricchezza. Lo dicono i numeri. Fatti i conti costi-benefici, spiega un dossier della fondazione Moressa, noi italiani ci guadagniamo 3,9 miliardi l’anno. E la crisi, senza i nuovi arrivati che hanno fondato quasi mezzo milione di aziende, sarebbe ancora più dura. Certo, è facile in questi tempi di pesanti difficoltà titillare i rancori, le paure, le angosce di tanti disoccupati, esodati, sfrattati ormai allo stremo. Soprattutto in certe periferie urbane abbruttite dal degrado e da troppo tempo vergognosamente abbandonate dalle pubbliche istituzioni. Ma può passar l’idea che il problema siano «gli altri»?
Non c’è massacro contro i nostri nonni emigrati, da Tandil in Argentina a Kalgoorlie in Australia, da Aigues Mortes in Francia a Tallulah negli Stati Uniti, che non sia nato dallo scoppio di odio dei «padroni di casa» contro gli italiani che «rubavano il lavoro». Basti ricordare il linciaggio di New Orleans del 15 marzo 1891, dove tra i più assatanati nella caccia ai nostri nonni c’erano migliaia di neri, rimpiazzati nei campi di cotone da immigrati siciliani, campani, lucani.

Eppure quei nostri nonni contribuirono ad arricchire le loro nuove patrie («la patria è là dove si prospera», dice Aristofane) proprio come ricorda Francesco: «I Paesi che accolgono traggono vantaggi dall’impiego di immigrati per le necessità della produzione e del benessere nazionale».
Creano anche un mucchio di problemi? Sì. Portano a volte malattie che da noi erano ormai sconfitte? Sì. Affollano le nostre carceri soprattutto per alcuni tipi di reati? Sì. Vanno ad arroccarsi in fortini etnici facendo esplodere vere e proprie guerre di quartiere? Sì. E questi problemi vanno presi di petto. Con fermezza. C’è dell’altro, però . E non possiamo ignorarlo.

Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini,collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

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Più risorse alle città europee che accolgono rifugiati

Le città europee hanno bisogno di più risorse per affrontare la crisi dei rifugiati.

Mancano, infatti, di potere autonomo quando si tratta di rendere decisioni cruciali in questo ambito.

Secondo un nuovo rapporto dalla reteEurocities, infatti, le città sono in una posizione migliore per rispondere in modo flessibile e creativo all’afflusso di richiedenti asilo rispetto ai governi nazionali, “Il ruolo delle metropoli come primi punti di arrivo, hub di transito e di destinazione finale è ben consolidata e ampiamente riconosciuta dalle istituzioni e dalle parti interessate a livello nazionale ed europeo”, afferma il rapporto.

Tuttavia, gli esperti identificano una serie di sfide. Come l’alloggio, l’istruzione e il mercato del lavoro. Ma anche questioni più specifiche, come l’accesso alle cure specialistiche per i minori non accompagnati. Tutto questo, osserva il documento, avviene nel contesto di tagli di bilancio e congelamento di fondi, nonché di scaso sostegno finanziario da parte dei governi nazionali o regionali.

di Beatrice Credi – 05.04.2016

ALLEGATI: EUROCITIES – SOCIAL AFFAIRS REFUGEE RECEPTION AND INTEGRATION IN CITIES, 2016 (PDF) 

 

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