Progetto Niem: come si misura la qualità dell’integrazione?

È possibile misurare il livello di qualità dell’integrazione che uno stato membro della Ue può garantire a chi ha ottenuto asilo? E con quali parametri si valuta? I ricercatori di 15 paesi dell’Unione (14 più la Turchia) lo stanno misurando con il progetto Niem, che sta per National Integration Evaluation Mechanism (Meccanismo di Valutazione dell’Integrazione Nazionale): una ricerca transnazionale, la più grande mai lanciata in Europa, della durata prevista di sei anni, con lo scopo di rafforzare gli strumenti dell’integrazione, partendo dal presupposto che un beneficiario di protezione internazionale in media non tornerà nel proprio paese d’origine almeno per 17 anni, soprattutto se è fuggito da una guerra civile.

L’Italia è proprio uno dei paesi dove rafforzare i processi di integrazione si è fatto più necessario negli ultimi anni. Tra i paesi europei vi sono  Polonia, Ungheria, Paesi Bassi, Spagna, Lettonia, Francia, Bulgaria, Slovenia, Repubblica Ceca, Portogallo e Svezia, a cui si aggiunge una rappresentanza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, spicca però l’assenza della Germania, forse lo stato Ue più organizzato nelle prassi per l’integrazione.

Accesso ai servizi, alla scuola, al lavoro, recepimento delle normative in vigore, accesso agli uffici pubblici, lingua, diritti. Tante sono le questioni che il progetto Niem cerca di identificare sono misurabili, altre appartengono invece a sfere, come il benessere psichico e affettivo, a cui ci si può soltanto avvicinare per vie indirette.

Una delle prime questioni da misurare è sicuramente l’impatto che l’esperienza della prima accoglienza ha avuto sul richiedente asilo, perché spesso questa influenzerà il suo livello di integrazione quando questi otterrà la protezione internazionale. Questo dato appartiene alla primissima area di ricerca, quella che Niem chiama Condizioni generali. Esiste poi un’area individuata come Integrazione legale (residenza, unità familiare e riunificazione, accesso alla nazionalità effettiva). La successiva è l’Integrazione socio-economica (casa, impiego, addestramento vocazionale e istruzione collegata all’impiego; salute; previdenza sociale e assistenza pubblica). E infine, l’Integrazione socio-culturale (istruzione dei bambini, apprendimento della lingua e orientamento sociale, costruzione di ponti e stimolo alla partecipazione).
In questa sequenza, dall’impatto della prima accoglienza alla “costruzione di ponti”, è facile intuire che il fine ultimo e più alto di una buona integrazione è che i beneficiari di protezione internazionale arrivino a partecipare attivamente alla vita della società in cui sono inseriti.

Per alcuni paesi, anche quelli più all’avanguardia, si tratterà di individuare le aree dove l’integrazione lascia a desiderare – per esempio, l’università di Malmo ha già stabilito ’Università di Malmo ha già stabilito, nella propria valutazione iniziale, che se da una parte in Svezia l’integrazione nel lavoro funziona bene, non si può dire altrettanto per l’accesso alla salute.

Uno dei punti cruciali della ricerca è la misurazione del livello di accesso alla salute, agli ospedali, e alla salute psichica, che spesso passa per prima cosa dalla traduzione attenta dalla lingua d’origine, ma altrettanto spesso da altre differenze culturali di cui l’etnopsichiatria si sta occupando da decenni, a volte inascoltata.

Non in tutti i paesi c’è questo tipo di attenzione, e non sempre, anche quando è in vigore una buona normativa, il personale nelle strutture sanitarie dispone davvero delle risorse necessarie.

Intanto, già dalla fisionomia degli indicatori che Niem studierà emerge con chiarezza che un potenziamento delle risorse per i migranti spesso equivale a un generale miglioramento dei servizi per tutta la popolazione autoctona, comprese le sue componenti più fragili. Si può dire che un paese in grado di offrire ai propri cittadini buoni livelli di welfare e assistenza è anche più in grado di ricevere immigrati e rifugiati e di integrarli nel proprio sistema, ma è vero anche che maggiore è la qualità dell’accoglienza di un paese per i migranti, maggiore è anche la qualità dei servizi per tutta la sua popolazione.

 

Egidio Paschino

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